Il portiere della Juventus Guglielmo Vicario si è fatto avanti dopo una sconfitta interna 0-3 contro la Lazio per assumersi il genere di responsabilità pubblica che è rara e, nel clima attuale del club, evidente. La dichiarazione è stata diretta, il contesto dannoso.
Il ko arriva in un momento delicato. La Juventus di Luciano Spalletti è ottava in Serie A con 11 punti in sette partite — tre vittorie, due pareggi, due sconfitte — e il margine tra un progetto che trova stabilità e uno che inizia a fratturarsi si va restringendo. Un risultato 0-3 tra le mura amiche non solo costa punti; genera rumore, e il rumore intorno ai Bianconeri è diventato abbastanza alto da far circolare nomi come Antonio Conte fra i potenziali eredi di Spalletti.
Vicario ha una media di 6,47 nelle sue sette presenze in Serie A questa stagione, e una valutazione complessiva da AI di 75 su 100 — numeri che descrivono un estremo difensore che performa a un livello funzionale senza ancora imporsi come una forza determinante. Contro la Lazio, il complesso ha raccontato una storia diversa: tre reti concesse in una singola sera abbasseranno la media di qualsiasi annata e, soprattutto, porteranno a interrogarsi se la struttura difensiva davanti a lui gli offra una ragionevole chance.
L'ex dirigente della Juventus Luciano Moggi è stato caratteristicamente schietto nella sua valutazione, asserendo che alla squadra mancava un allenatore e che non ha giocato affatto contro la Lazio. Che questo verdetto sia equo nei confronti di Spalletti è discutibile; che rispecchi un'ansia più estesa al club non lo è.
La scelta di Vicario di parlare apertamente piuttosto che svicolare è la nota positiva di una settimana altrimenti complicata. Un portiere che assorbe pubblicamente la responsabilità è o genuinamente consapevole o strategicamente lucido — in entrambi i casi, è l'atteggiamento di chi comprende il peso della maglia. Con il prossimo impegno della Juventus che si avvicina e la classifica che offre poco sollievo, Vicario avrà bisogno che le prestazioni seguano le parole.